Siamo sul nuovo numero di PIG!
(con cover bellissima del nostro Luca Dinasour Campri)

Siamo sul nuovo numero di PIG!

(con cover bellissima del nostro Luca Dinasour Campri)

Sempre dallo stesso Speciale. 
…
Un’intervista alla cantante degli Ah, Wildness! che tra le sue qualità ha di certo la concisione¹.
1. Concisa l’intervista, non lei. Cioè, lei non lo sappiamo.
Siamo fuori che fumiamo in silenzio. Un amico, lo chiameremo Q., indica la chitarrista del gruppo e ci chiede se può farle un’intervista per noi, che accettiamo con piacere. Q. si avvia con penna e taccuino. Tentiamo di ascoltarli discretamente, guardando altrove e avvi-cinandoci con nonchalance di qualche passo, ma il rumore delle cose e delle persone è troppo alto. Però li osserviamo parlare, lui è professionale, credibile, abbiamo buone sensazioni. Passano una ventina minuti, Q. saluta la ragazza e torna. Ansiosi gli chiediamo il taccuino, lui tentenna e ce lo porge.Il risultato dell’intervista è: www.ahwildness.com, di reggio-parma, 9 MAGGIO—, Silvia. Ci guardiamo un attimo, poi ridiamo.Tutto quello che ci è rimasto è la pagina del suo taccuino con l’intervista scritta, la grafia tremante. Ecco una scansione (così come l’abbiamo trovato):

Sempre dallo stesso Speciale.

Un’intervista alla cantante degli Ah, Wildness! che tra le sue qualità ha di certo la concisione¹.

1. Concisa l’intervista, non lei. Cioè, lei non lo sappiamo.

Siamo fuori che fumiamo in silenzio. Un amico, lo chiameremo Q., indica la chitarrista del gruppo e ci chiede se può farle un’intervista per noi, che accettiamo con piacere. Q. si avvia con penna e taccuino. Tentiamo di ascoltarli discretamente, guardando altrove e avvi-cinandoci con nonchalance di qualche passo, ma il rumore delle cose e delle persone è troppo alto. Però li osserviamo parlare, lui è professionale, credibile, abbiamo buone sensazioni. Passano una ventina minuti, Q. saluta la ragazza e torna. Ansiosi gli chiediamo il taccuino, lui tentenna e ce lo porge.
Il risultato dell’intervista è: www.ahwildness.com, di reggio-parma, 9 MAGGIO—, Silvia. Ci guardiamo un attimo, poi ridiamo.
Tutto quello che ci è rimasto è la pagina del suo taccuino con l’intervista scritta, la grafia tremante. Ecco una scansione (così come l’abbiamo trovato):

Ho ritrovato un articolo uscito sullo speciale fuorisalone di PERSONAL REPORT. Recensisce il nostro Live al Tunnel per ELITA di questa primavera durante il salone del mobile.
…
Per il Fuori Salone l’associazione Elita porta gli Ah, Wildness! al Tunnel Club. Ci arrivia-mo distrutti, ma usciamo esaltati dal loro Groove!
Non credo ci si possa aspettare di sentire buona musica al Fuori Salone. Invece succede. Succede che ti trovi al Tunnel dopo una giornata passata a trangugiare drinks e fingere di capirci qualcosa di design e come entri capisci che sul palco qualcuno si sta divertendo. Perché è proprio questo il punto, la maggior parte delle band oggi suona ma non si diverte, nell’era di Myspace tutti hanno una band, tutti registrano e si fanno belli prima di uscire ma pochi si divertono. Gli Ah, Wildness! sì, loro si divertono. Sono in cinque più un sassofonista e ci provano e ci riescono a farti ballare con il loro indie rock — perché di questo ahimè si tratta. La parola che ho più ripetuto parlando di loro è groove. Si mescolano funk, soul e indie dell’ultim’ora in un pot pourri di canzoni che non luccicano di originali-tà ma che possono, come fanno, farti divertire. La spinta e il carattere delle chitarre è forte, anche se sulla tastiera di una SG le dita di chi canta, in questo caso una bella ragazza, non risultano convincenti, ma forse non devono. La vera forza trascinante viene dalla sezione ritmica, basso e batteria vanno d’accordo, non si pestano i piedi e non si rincorrono, sintomo di serietà e competenza musicale. Un frontman chiude il cerchio, contorcendosi nel tentativo riuscito di coinvolgere lo spettatore. Ah, gli Ah, Wildness! possono piacere sia all’indie kid milanese che a suo padre, niente male.

Ho ritrovato un articolo uscito sullo speciale fuorisalone di PERSONAL REPORT. Recensisce il nostro Live al Tunnel per ELITA di questa primavera durante il salone del mobile.

Per il Fuori Salone l’associazione Elita porta gli Ah, Wildness! al Tunnel Club. Ci arrivia-mo distrutti, ma usciamo esaltati dal loro Groove!


Non credo ci si possa aspettare di sentire buona musica al Fuori Salone. Invece succede. Succede che ti trovi al Tunnel dopo una giornata passata a trangugiare drinks e fingere di capirci qualcosa di design e come entri capisci che sul palco qualcuno si sta divertendo. Perché è proprio questo il punto, la maggior parte delle band oggi suona ma non si diverte, nell’era di Myspace tutti hanno una band, tutti registrano e si fanno belli prima di uscire ma pochi si divertono. Gli Ah, Wildness! sì, loro si divertono. Sono in cinque più un sassofonista e ci provano e ci riescono a farti ballare con il loro indie rock — perché di questo ahimè si tratta. La parola che ho più ripetuto parlando di loro è groove. Si mescolano funk, soul e indie dell’ultim’ora in un pot pourri di canzoni che non luccicano di originali-tà ma che possono, come fanno, farti divertire. La spinta e il carattere delle chitarre è forte, anche se sulla tastiera di una SG le dita di chi canta, in questo caso una bella ragazza, non risultano convincenti, ma forse non devono. La vera forza trascinante viene dalla sezione ritmica, basso e batteria vanno d’accordo, non si pestano i piedi e non si rincorrono, sintomo di serietà e competenza musicale. Un frontman chiude il cerchio, contorcendosi nel tentativo riuscito di coinvolgere lo spettatore. Ah, gli Ah, Wildness! possono piacere sia all’indie kid milanese che a suo padre, niente male.

Vitaminic Review

Dischi 15 giugno 2009

Ah, Wildness!: Don’t Mess With the Apocalipse (Riotmaker/Warner)

Enzo Baruffaldi

ah_wildness

Questo non è un disco da ascoltare al computer, da lasciare in un file, questo disco si merita qualcosa di più dei vostri mp3. Questo disco, volendo proprio essere poco generosi, non è nemmeno un disco da ascoltare su disco. Con una band come gli Ah, Wildness! è sempre preferibile l’esperienza live: più coinvolgente, più calda, più Rock. Sì, stiamo parlando di Rock con la R maiuscola, tutto sudato di Funk e con la faccia strafottente. Non era facile imbrigliare il suono in giacca di pelle nera dei parmensi Ah, Wildness. Queste dieci tracce lo fanno al meglio, anche se c’è il rischio di cogliere distratti una certa uniformità. Ma del resto, anche le foto della festa più grandiosa si assomigliano un po’ tutte, no? Risate immortalate dai flash, braccia buttate intorno al collo del vicino ubriaco, cravatte allentate, calici levati e visi rapiti nelle danze. Ecco, dentro Don’t Mess With the Apocalypse bisogna immaginarsi questa gigantesca festa, dove amplificatori smisurati stanno suonando per una folla enorme e agitata roba carica come Sly & The Family Stone, poderoso stoner Anni Novanta, un’eco di french touch per far spettinare anche i fighetti e slabbrato garage Sixties. Un disco che non resta certo a guardare a bordo pista ma si butta a corpo morto, balla tutta la notte con la vostra donna e poi all’alba vi offre ancora da bere con un ghigno sulla faccia.

Visita il myspace degli Ah, Wildness!
Leggi un’intervista su Rolling Stone

Breaking: Ah, Wildness!
il 05 Giugno | Rolling Stone
 In tempi di festival open air, soprattutto indipendenti (vedi Mi Ami, Rock in Idro, etc) è bello ritrovarsi a scrivere di una band che suona diversa. Non è la solita frase fatta questa volta, suona diversa davvero. Gli Ah Wildness! fanno quel genere di musica che può essere definita senza tempo, un po’ perchè maneggiano con facilità i più differenti generi musicali, trascendendo da sezioni predefinite per entrare di diritto in quello che un tempo sarebbe stato definito classic rock. Ci sono piaciuti, si sono meritati ben tre stelline e mezzo in recensione (non male per una band all’album di debutto) e non potevamo non intervistarli.
Il vostro nome viene dallo spettacolo di Eugene O’Neill Ah, Wilderness! Giusto? «Giusto, quando si è trattato di scegliere il nome Giovanni è saltato fuori con questo Mourning Becomes Electra, una commedia di O’Neill. Bello, ma aveva un retrogusto troppo post-rock, quindi sono andato a vedere le altre commedie di O’Neill e tutte avevano titoli bellissimi: ci siamo chiamati “Ah, Wildnerness!” per un paio di giorni, poi abbiamo deciso che il nostro sound era più Wildness che Wilderness». Mini CV personali. Parlateci singolarmente di voi in poche parole attraverso minibiografie essenziali.  «Te la faccio breve: - Bruno era imprenditore a 19 anni nel campo del web, è caduto in disgrazia con la bolla dot-com bubble, dopo un periodo di pausa ha deciso di iscriversi all’Univesità ed è al secondo anno di Ingegneria Aerospaziale. - Alessandro “Ge” è stilista per Max Mara. - Ivan King è insegnante di Chitarra classica, Chitarra Blues e Chitarra Basso. - La Silvia studia per diventare archietto. - Giovanni è dottorando in Filosofia all’Università di Parma, scrittore e collabora con svariate riviste e case editrici. - Io sono Creative Director e Artista di Arte Contemporanea, dopo aver vissuto a Londra e NY a varie riprese, sono attualmente a Milano». Come e dove nascete come band?  «Ci siamo formati alla fine del 2006 Nella Valle del Po all’incrocio tra le provincie di Reggio Emilia e Parma. Alessandro suonava già con una band “i Teachers” con cui ha avuto varie esperienze in giro per Londra, Bruno suonava Jazz in casa e io avevo ascoltato troppa musica per non farla. Ivan suonava nella cover band ufficiale dei Rockets e la Silvia in una Cover band vestita da Blues Brothers, Giovanni invece era un polistrumentista fallito a cui avevano appena regalato un Sax. Abbiamo deciso di divertirci e lo stiamo ancora facendo». Quali esperienze portate avanti oltre alla musica?  «Il BBQ». Com’è nata la vostra collaborazione con la Riotmaker?  «Abbiamo registrato un demo e ne abbiamo stampate un centinaio di copie. Il demo è stato mixato nello studio dove provano i Julie’s Haircut: la sera stessa che abbiamo finito il mix, Scarfo dei Julie’s che è un nostro grande amico ha sentito la cosa e ha chiamato i ragazzi della riotmaker pensando che gli potesse interessare. Alla fine l’unico demo che abbiamo spedito è stato quello che è andato ai Riotboys e che ci ha fruttato il contratto». Funk, garage, punk, rock. Vi riconoscete in un genere preciso?  «Ci riconosciamo in tutti i generi esistenti. Ma il Reggae un pochino meno».  Quali grandi icone rock and roll del vi affascinano?  «Prendi un album a caso del 1967, leggi i nomi dei musicisti. Quelle». Qual è l’artista o la band più sottovalutata della storia?  «Terry Reid, Theo Parrish, i Wings e i Digable Planets sono i primi che mi vengono in mente». Parlateci della produzione dell’album. C’è molta presa diretta o avete lavorato in studio?  «Chitarra, Basso e Batteria sono live con un massimo di due take per pezzo, il resto viene dopo. In particolare ci sono tre pezzi che sono quelli originali del demo, registrati in casa, le voci e i sax per dire sono registrati nel cesso. Il mastering invece è stato fatto a San Francisco».  Quale atmosfera di un album vorreste per il prossimo lavoro degli Ah!W?  «Un incrocio tra Third dei Soft Machine, Here My Dear di Marvin Gaye e Music for Men dei Gossip».
Che rapporto avete con le droghe?  «C’è stima reciproca». Domanda in stile NME: dove vi vedete da qui a 5 anni?  «In mezzo al pubblico di Glastonbury, dietro una Fender, nel mezzo di una conferenza stampa indetta nella mia camera da letto».
Read it on Rolling Stone

Breaking: Ah, Wildness!

il 05 Giugno | Rolling Stone

ahwildness

In tempi di festival open air, soprattutto indipendenti (vedi Mi Ami, Rock in Idro, etc) è bello ritrovarsi a scrivere di una band che suona diversa. Non è la solita frase fatta questa volta, suona diversa davvero. Gli Ah Wildness! fanno quel genere di musica che può essere definita senza tempo, un po’ perchè maneggiano con facilità i più differenti generi musicali, trascendendo da sezioni predefinite per entrare di diritto in quello che un tempo sarebbe stato definito classic rock. Ci sono piaciuti, si sono meritati ben tre stelline e mezzo in recensione (non male per una band all’album di debutto) e non potevamo non intervistarli.

Il vostro nome viene dallo spettacolo di Eugene O’Neill Ah, Wilderness! Giusto?
«Giusto, quando si è trattato di scegliere il nome Giovanni è saltato fuori con questo Mourning Becomes Electra, una commedia di O’Neill. Bello, ma aveva un retrogusto troppo post-rock, quindi sono andato a vedere le altre commedie di O’Neill e tutte avevano titoli bellissimi: ci siamo chiamati “Ah, Wildnerness!” per un paio di giorni, poi abbiamo deciso che il nostro sound era più Wildness che Wilderness».

Mini CV personali. Parlateci singolarmente di voi in poche parole attraverso minibiografie essenziali.
«Te la faccio breve: - Bruno era imprenditore a 19 anni nel campo del web, è caduto in disgrazia con la bolla dot-com bubble, dopo un periodo di pausa ha deciso di iscriversi all’Univesità ed è al secondo anno di Ingegneria Aerospaziale. - Alessandro “Ge” è stilista per Max Mara. - Ivan King è insegnante di Chitarra classica, Chitarra Blues e Chitarra Basso. - La Silvia studia per diventare archietto. - Giovanni è dottorando in Filosofia all’Università di Parma, scrittore e collabora con svariate riviste e case editrici. - Io sono Creative Director e Artista di Arte Contemporanea, dopo aver vissuto a Londra e NY a varie riprese, sono attualmente a Milano».

Come e dove nascete come band?
«Ci siamo formati alla fine del 2006 Nella Valle del Po all’incrocio tra le provincie di Reggio Emilia e Parma. Alessandro suonava già con una band “i Teachers” con cui ha avuto varie esperienze in giro per Londra, Bruno suonava Jazz in casa e io avevo ascoltato troppa musica per non farla. Ivan suonava nella cover band ufficiale dei Rockets e la Silvia in una Cover band vestita da Blues Brothers, Giovanni invece era un polistrumentista fallito a cui avevano appena regalato un Sax. Abbiamo deciso di divertirci e lo stiamo ancora facendo».

Quali esperienze portate avanti oltre alla musica?
«Il BBQ».

Com’è nata la vostra collaborazione con la Riotmaker?
«Abbiamo registrato un demo e ne abbiamo stampate un centinaio di copie. Il demo è stato mixato nello studio dove provano i Julie’s Haircut: la sera stessa che abbiamo finito il mix, Scarfo dei Julie’s che è un nostro grande amico ha sentito la cosa e ha chiamato i ragazzi della riotmaker pensando che gli potesse interessare. Alla fine l’unico demo che abbiamo spedito è stato quello che è andato ai Riotboys e che ci ha fruttato il contratto».

Funk, garage, punk, rock. Vi riconoscete in un genere preciso?
«Ci riconosciamo in tutti i generi esistenti. Ma il Reggae un pochino meno».

Quali grandi icone rock and roll del vi affascinano?
«Prendi un album a caso del 1967, leggi i nomi dei musicisti. Quelle».

Qual è l’artista o la band più sottovalutata della storia?
«Terry Reid, Theo Parrish, i Wings e i Digable Planets sono i primi che mi vengono in mente».

Parlateci della produzione dell’album. C’è molta presa diretta o avete lavorato in studio?
«Chitarra, Basso e Batteria sono live con un massimo di due take per pezzo, il resto viene dopo. In particolare ci sono tre pezzi che sono quelli originali del demo, registrati in casa, le voci e i sax per dire sono registrati nel cesso. Il mastering invece è stato fatto a San Francisco».

Quale atmosfera di un album vorreste per il prossimo lavoro degli Ah!W?
«Un incrocio tra Third dei Soft Machine, Here My Dear di Marvin Gaye e Music for Men dei Gossip».


Che rapporto avete con le droghe?
«C’è stima reciproca».

Domanda in stile NME: dove vi vedete da qui a 5 anni?
«In mezzo al pubblico di Glastonbury, dietro una Fender, nel mezzo di una conferenza stampa indetta nella mia camera da letto».

Read it on Rolling Stone

Rolling Stone Review