Breaking: Ah, Wildness!
il 05 Giugno | Rolling Stone
 In tempi di festival open air, soprattutto indipendenti (vedi Mi Ami, Rock in Idro, etc) è bello ritrovarsi a scrivere di una band che suona diversa. Non è la solita frase fatta questa volta, suona diversa davvero. Gli Ah Wildness! fanno quel genere di musica che può essere definita senza tempo, un po’ perchè maneggiano con facilità i più differenti generi musicali, trascendendo da sezioni predefinite per entrare di diritto in quello che un tempo sarebbe stato definito classic rock. Ci sono piaciuti, si sono meritati ben tre stelline e mezzo in recensione (non male per una band all’album di debutto) e non potevamo non intervistarli.
Il vostro nome viene dallo spettacolo di Eugene O’Neill Ah, Wilderness! Giusto? «Giusto, quando si è trattato di scegliere il nome Giovanni è saltato fuori con questo Mourning Becomes Electra, una commedia di O’Neill. Bello, ma aveva un retrogusto troppo post-rock, quindi sono andato a vedere le altre commedie di O’Neill e tutte avevano titoli bellissimi: ci siamo chiamati “Ah, Wildnerness!” per un paio di giorni, poi abbiamo deciso che il nostro sound era più Wildness che Wilderness». Mini CV personali. Parlateci singolarmente di voi in poche parole attraverso minibiografie essenziali.  «Te la faccio breve: - Bruno era imprenditore a 19 anni nel campo del web, è caduto in disgrazia con la bolla dot-com bubble, dopo un periodo di pausa ha deciso di iscriversi all’Univesità ed è al secondo anno di Ingegneria Aerospaziale. - Alessandro “Ge” è stilista per Max Mara. - Ivan King è insegnante di Chitarra classica, Chitarra Blues e Chitarra Basso. - La Silvia studia per diventare archietto. - Giovanni è dottorando in Filosofia all’Università di Parma, scrittore e collabora con svariate riviste e case editrici. - Io sono Creative Director e Artista di Arte Contemporanea, dopo aver vissuto a Londra e NY a varie riprese, sono attualmente a Milano». Come e dove nascete come band?  «Ci siamo formati alla fine del 2006 Nella Valle del Po all’incrocio tra le provincie di Reggio Emilia e Parma. Alessandro suonava già con una band “i Teachers” con cui ha avuto varie esperienze in giro per Londra, Bruno suonava Jazz in casa e io avevo ascoltato troppa musica per non farla. Ivan suonava nella cover band ufficiale dei Rockets e la Silvia in una Cover band vestita da Blues Brothers, Giovanni invece era un polistrumentista fallito a cui avevano appena regalato un Sax. Abbiamo deciso di divertirci e lo stiamo ancora facendo». Quali esperienze portate avanti oltre alla musica?  «Il BBQ». Com’è nata la vostra collaborazione con la Riotmaker?  «Abbiamo registrato un demo e ne abbiamo stampate un centinaio di copie. Il demo è stato mixato nello studio dove provano i Julie’s Haircut: la sera stessa che abbiamo finito il mix, Scarfo dei Julie’s che è un nostro grande amico ha sentito la cosa e ha chiamato i ragazzi della riotmaker pensando che gli potesse interessare. Alla fine l’unico demo che abbiamo spedito è stato quello che è andato ai Riotboys e che ci ha fruttato il contratto». Funk, garage, punk, rock. Vi riconoscete in un genere preciso?  «Ci riconosciamo in tutti i generi esistenti. Ma il Reggae un pochino meno».  Quali grandi icone rock and roll del vi affascinano?  «Prendi un album a caso del 1967, leggi i nomi dei musicisti. Quelle». Qual è l’artista o la band più sottovalutata della storia?  «Terry Reid, Theo Parrish, i Wings e i Digable Planets sono i primi che mi vengono in mente». Parlateci della produzione dell’album. C’è molta presa diretta o avete lavorato in studio?  «Chitarra, Basso e Batteria sono live con un massimo di due take per pezzo, il resto viene dopo. In particolare ci sono tre pezzi che sono quelli originali del demo, registrati in casa, le voci e i sax per dire sono registrati nel cesso. Il mastering invece è stato fatto a San Francisco».  Quale atmosfera di un album vorreste per il prossimo lavoro degli Ah!W?  «Un incrocio tra Third dei Soft Machine, Here My Dear di Marvin Gaye e Music for Men dei Gossip».
Che rapporto avete con le droghe?  «C’è stima reciproca». Domanda in stile NME: dove vi vedete da qui a 5 anni?  «In mezzo al pubblico di Glastonbury, dietro una Fender, nel mezzo di una conferenza stampa indetta nella mia camera da letto».
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il 05 Giugno | Rolling Stone

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In tempi di festival open air, soprattutto indipendenti (vedi Mi Ami, Rock in Idro, etc) è bello ritrovarsi a scrivere di una band che suona diversa. Non è la solita frase fatta questa volta, suona diversa davvero. Gli Ah Wildness! fanno quel genere di musica che può essere definita senza tempo, un po’ perchè maneggiano con facilità i più differenti generi musicali, trascendendo da sezioni predefinite per entrare di diritto in quello che un tempo sarebbe stato definito classic rock. Ci sono piaciuti, si sono meritati ben tre stelline e mezzo in recensione (non male per una band all’album di debutto) e non potevamo non intervistarli.

Il vostro nome viene dallo spettacolo di Eugene O’Neill Ah, Wilderness! Giusto?
«Giusto, quando si è trattato di scegliere il nome Giovanni è saltato fuori con questo Mourning Becomes Electra, una commedia di O’Neill. Bello, ma aveva un retrogusto troppo post-rock, quindi sono andato a vedere le altre commedie di O’Neill e tutte avevano titoli bellissimi: ci siamo chiamati “Ah, Wildnerness!” per un paio di giorni, poi abbiamo deciso che il nostro sound era più Wildness che Wilderness».

Mini CV personali. Parlateci singolarmente di voi in poche parole attraverso minibiografie essenziali.
«Te la faccio breve: - Bruno era imprenditore a 19 anni nel campo del web, è caduto in disgrazia con la bolla dot-com bubble, dopo un periodo di pausa ha deciso di iscriversi all’Univesità ed è al secondo anno di Ingegneria Aerospaziale. - Alessandro “Ge” è stilista per Max Mara. - Ivan King è insegnante di Chitarra classica, Chitarra Blues e Chitarra Basso. - La Silvia studia per diventare archietto. - Giovanni è dottorando in Filosofia all’Università di Parma, scrittore e collabora con svariate riviste e case editrici. - Io sono Creative Director e Artista di Arte Contemporanea, dopo aver vissuto a Londra e NY a varie riprese, sono attualmente a Milano».

Come e dove nascete come band?
«Ci siamo formati alla fine del 2006 Nella Valle del Po all’incrocio tra le provincie di Reggio Emilia e Parma. Alessandro suonava già con una band “i Teachers” con cui ha avuto varie esperienze in giro per Londra, Bruno suonava Jazz in casa e io avevo ascoltato troppa musica per non farla. Ivan suonava nella cover band ufficiale dei Rockets e la Silvia in una Cover band vestita da Blues Brothers, Giovanni invece era un polistrumentista fallito a cui avevano appena regalato un Sax. Abbiamo deciso di divertirci e lo stiamo ancora facendo».

Quali esperienze portate avanti oltre alla musica?
«Il BBQ».

Com’è nata la vostra collaborazione con la Riotmaker?
«Abbiamo registrato un demo e ne abbiamo stampate un centinaio di copie. Il demo è stato mixato nello studio dove provano i Julie’s Haircut: la sera stessa che abbiamo finito il mix, Scarfo dei Julie’s che è un nostro grande amico ha sentito la cosa e ha chiamato i ragazzi della riotmaker pensando che gli potesse interessare. Alla fine l’unico demo che abbiamo spedito è stato quello che è andato ai Riotboys e che ci ha fruttato il contratto».

Funk, garage, punk, rock. Vi riconoscete in un genere preciso?
«Ci riconosciamo in tutti i generi esistenti. Ma il Reggae un pochino meno».

Quali grandi icone rock and roll del vi affascinano?
«Prendi un album a caso del 1967, leggi i nomi dei musicisti. Quelle».

Qual è l’artista o la band più sottovalutata della storia?
«Terry Reid, Theo Parrish, i Wings e i Digable Planets sono i primi che mi vengono in mente».

Parlateci della produzione dell’album. C’è molta presa diretta o avete lavorato in studio?
«Chitarra, Basso e Batteria sono live con un massimo di due take per pezzo, il resto viene dopo. In particolare ci sono tre pezzi che sono quelli originali del demo, registrati in casa, le voci e i sax per dire sono registrati nel cesso. Il mastering invece è stato fatto a San Francisco».

Quale atmosfera di un album vorreste per il prossimo lavoro degli Ah!W?
«Un incrocio tra Third dei Soft Machine, Here My Dear di Marvin Gaye e Music for Men dei Gossip».


Che rapporto avete con le droghe?
«C’è stima reciproca».

Domanda in stile NME: dove vi vedete da qui a 5 anni?
«In mezzo al pubblico di Glastonbury, dietro una Fender, nel mezzo di una conferenza stampa indetta nella mia camera da letto».

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